Editorialisti

01 Ottobre 2015

GIUSTO QUEL POCO CHE BASTA…

share Elena Reguzzoni TCE

Nel libro “Il mercante di utopie” Oscar Farinetti, riferendosi alla sua esperienza nel colosso Dixons dopo la vendita di Unieuro, aveva già ben descritto la situazione: un conto è il budget del manager, quello “paraculo” – come lo chiama Oscar - ovvero in cui il rischio è basato su una promessa e quindi è sempre ponderato, e un altro quello dell’imprenditore in cui invece la speranza e l’asticella è spinta al 200%. La verità - per certi versi agghiacciante - è che in questo mercato sembra che i budget dei manager piacciano molto. Diciamo agghiacciante perché in un settore in cui si dichiara sempre che il risultato si porta a casa faticosamente e non è mai in nessun caso scontato, neanche per i grandi colossi, cresce invece il numero di coloro che sembrano persino spaventati di fare bene e ancora di più di fare meglio della stima. Incontriamo, infatti, manager del retail – sia nelle centrali sia nelle reti -, ma anche di brand che dichiarano candidamente che potrebbero raggiungere performance superiori, però non solo questo significherebbe poter sbagliare e perciò esporsi mettendo a rischio la propria sedia, ma soprattutto ritrovarsi il mese dopo o l’anno seguente a dover mantenere le medesime crescite o addirittura superiori, meglio quindi frenare, facendo vedere una certa vivacità, ma giusto quel poco che basta. Quindi perché impegnarsi a raggiungere i target di fatturato, rotazioni e livelli di stock, è sufficiente comprare o privilegiare gli acquisti solo di quello che si sa che ruota bene e gli ultimi due obiettivi si raggiungono con facilità? “Lo so così l’insegna perde vendite, ma raggiungo due target su tre, se dovessi invece puntare anche al risultato di fatturato rischierei di non farne neppure uno” ammetteva ‘candidamente’ un category manager di una catena. Pochi giorni dopo il direttore commerciale di un’azienda hi-tech ci confidava di aver persino paura del ritmo troppo brillante che aveva preso l’ultima linea di prodotto lanciata, non perché temesse che al sell in non corrispondesse pari sell out, ma che la sua casamadre gli rivedesse target e premi, e proprio per questo aveva deciso di evitare di aprire nuovi clienti. “Meglio tenersi del fieno in cascina per il prossimo anno e soprattutto non dare all’HQ un’idea sbagliata” ha concluso il manager… ovvero quella che ci si può non accontentare del risultato più facile…

Elena Reguzzoni TCE

45 anni…ebbene sì ho iniziato a lavorare al tempo del telex.

Scorpione ascendente Leone, della serie donna con pungiglione e criniera.

Dopo anni (tanti!) in una multinazionale d’elettronica, nel 2003 il salto della barricata - io lo chiamo cambio di vita - e l’entrata in Editoriale Duesse.

Della vita editoriale mi piace che sono immersa nel mercato e la moltitudine degli incontri.

Ammiro la capacità di visione, l’umiltà e la gente che “suda”.

Mi fa arrabbiare la mancanza di rispetto e la superficialità.

Invidio solo un genere di persone: quelle che parlano correttamente due o tre lingue.

Del mercato hi-tech mi piace la velocità e il dinamismo, ma non comprendo la capacità di "triturare" innovazione.

Mi piace premiarmi scappando nel mio rifugio in Val d’Intelvi


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