Senza efficienza oggi non si va da nessuna parte. Su questo punto sembra che non ci siano affatto dubbi, anzi la condivisione – quanto meno teorica - su questo principio è quanto mai sentita e multi-partisan: dentro l’industria, tra le fila della distribuzione, ma una volta tanto anche lungo l’intera filiera. Fare efficienza nei processi, nelle scelte, nelle spese, negli investimenti, nella gestione, nelle decisioni… sono così obiettivi nella top list di quasi tutti i player. Ma per cosa, viene da chiedersi? Perché al di là del fatto che l’agognato obiettivo – quello per chiarirci di arrivare a un risultato migliore, e possibilmente maggiore, con minori risorse - venga o meno raggiunto, la sua finalità è il vero nodo da sciogliere. “Se il valore aggiunto dell’efficienza, anche in termini prettamente economici, non viene capitalizzato, ma ancora una volta viene ribaltato sul consumatore, mi spiace ma penso che non abbiamo trovato una soluzione”, osservava qualche giorno fa l’amministratore delegato di una piattaforma piemontese. In altre parole se l’efficienza – e lo stesso vale anche per i tentativi di spostare il mix verso l’alto - serve puramente ad alimentare promozioni più aggressive e vendite al minor prezzo e non a far tornare i numeri siamo di nuovo punto a capo. E oggi, manco a dirlo, i conti economici sono “tesi”, come, se non più del mercato. Nessuno nega che l’imperativo assoluto è vendere, ma è altrettanto evidente che come dichiara Paolo Sandri: “Oggi dobbiamo preoccuparci della sostenibilità del mercato”. Serve un richiamo più forte ed esplicito? Quindi ‘forse’ è arrivato il momento d’imparare a mettere anche un po’ di fieno in cascina invece di mangiarlo tutto ancora in erba…!
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