Editorialisti

04 Luglio 2018

IL NUOVISMO NON È INNOVAZIONE

share Linda Parrinello

Sapete qual è la parola d’ordine più gettonata a ogni presentazione di palinsesti o a ogni semplice conferenza stampa di rete o di programma? Esatto, avete indovinato: innovazione… Innovazione, promettono i diretti interessati, innovazione chiedono i giornalisti, innovazione reclamano gli inserzionisti. Salvo poi scoprire che il nuovo è meno nuovo di quel che si dice (un riadattamento o un cambio di conduzione per alcuni sarebbe “innovazione”), e che il vero nuovo non sempre funziona solo per il suo essere tale. Quindi… Quindi si scopre che la tv nuova, quella veramente innovativa, è tale solo se sa trarre lezione dal passato, l’ha studiato e ha saputo farlo proprio per superarlo e fare altro. La bella televisione - anche quella leggera (anzi, forse soprattutto) - insomma non s’improvvisa. Potrebbe essere questa la morale che si può evincere, a grandi linee, dalla ricerca internazionale di K7 Media sui format che proponiamo su questo numero, raccontando del come e del perché ben 100 format di intrattenimento siano riusciti a pervadere per decenni l’etere del pianeta, venendo acquistati e adattati per il passatempo di milioni di telespettatori sparsi per il globo.

 

Il pubblico continuerebbe a preferirli negli anni perché la loro visione sarebbe rassicurante, qualcosa di certo e di familiare. Come dire? Esattamente il contrario di ciò che un utente medio si aspetta dal web, dal quale vuole piuttosto essere a raffica stupito o scioccato.

 

Stiamo parlando di programmi la cui fortuna non è frutto dell’improvviso guizzo di uno youtuber o di un influencer, bensì di meccanismi di gioco o di racconto costruiti meticolosamente e con precisione geometrica, alla fine di un percorso che ha contato anche diversi fallimenti prima di arrivare alla struttura giusta. Solitamente lo sviluppo di un programma (di un vituperato format, tanto per intenderci), per poter funzionare a livello mondiale e a resistere nel tempo, aspirando a diventare un prodotto di punta della grande industria dell’intrattenimento, richiede un processo di sviluppo accurato prima di essere lanciato: più il meccanismo appare semplice e di immediata percezione, maggiore è stato lo studio e l’affinamento per renderlo tale agli occhi del pubblico. Un pubblico che ama ancora condividere in compagnia la visione di certi programmi, che - per essere valorizzati al massimo - necessitano di essere percepiti nel “qui e ora”: il live e la localizzazione. In soldoni, non si può cambiare la legittima esigenza del pubblico tv di sentirsi “rassicurato” nel seguire per diverse stagioni programmi che continuano a intrattenerlo; è comunque necessario che le reti provino a innovare, sbagliando qua e là le proprie scelte. L’errore più grave sta nel presentare come innovative soluzioni arrabattate, nel goffo tentativo di dare una patina di nuovismo a show palesemente non in linea con i gusti della platea d’elezione e che riescono in un sol colpo nella difficile missione di scontentare tutti.

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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