Editorialisti

03 Gennaio 2017

E SE IMPARASSIMO DA DONALD TRUMP?

share Vito Sinopoli

 

In quest’inizio d’anno, vorrei per una volta mettere da parte i commenti sull’andamento economico e far stendere – metaforicamente – manager e imprenditori sul lettino dello psicanalista, e chiedere loro: «Spiegatemi perché, per quale ragione recondita e ancestrale, vi fate tanto condizionare dal più piccolo sommovimento della politica». C’è nell’aria un referendum? Tutto si ferma per mesi, in trepidante attesa dell’esito: frenano gli investimenti, si rallenta la comunicazione, si tentenna sui nuovi progetti. Entra in crisi il governo? Si sta tutti con il fiato sospeso: non sapendo dove penderà la bilancia dei partiti, scoppia la prudenza, ogni movimento si fa più felpato, quasi in slow motion. Non parliamo poi di come la realtà si cristallizzi in vista delle elezioni, nazionali o locali che siano. E, va detto, non ci facciamo certo mancare qua e là, da Nord a Sud, nell’arco di uno o due anni una seppur minima tornata elettorale…

 

È drammatico osservare come gli umori (spesso malsani) della politica vengano subiti e introiettati da manager e imprenditori senza un plissé, adottando l’atteggiamento di chi aspetta di vedere come si muoveranno nelle lontane stanze di Montecitorio o di Palazzo Chigi, piuttosto che nelle segreterie dei partiti, per decidere cosa fare della e per la propria azienda. Lo so cosa state pensando, è ovvio che la politica abbia un riflesso sull’“agire economico”, ma non lo è, anzi è insano, che lo abbiano le beghe partitiche. Che è ben altra cosa. O meglio, dovrebbe essere così, visto che in Italia è difficile operare questa ovvia distinzione, ragion per cui siamo perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Non a caso l’altro giorno mi sono scoperto a riflettere su cosa accadrebbe da noi se si rimanesse per mesi senza governo, com’è successo in Spagna – dove durante la vacatio i conti pubblici sono addirittura migliorati – piuttosto che in Belgio, che non ha avuto una guida per circa due anni, mentre l’economia continuava a tenere botta. Con ciò non intendo vagheggiare vuoti di potere tricolori, né che il potere esecutivo e legislativo della Repubblica siano superflui; solo che, se non svolgono bene le loro funzioni, probabilmente da noi combinano più danni che altrove, perché abbiamo una classe dirigenziale troppo sensibile alle loro paturnie. E la responsabilità è in primis di chi si pone nella condizione di subirle, foss’anche solo sotto il profilo emozionale. Probabilmente, questa nostra ipersensibilità al potere è figlia dell’essere stati per secoli la culla di due imperi, quello romano e quello cattolico, che rappresentano ancora oggi le matrici su cui si è impostato il concetto di istituzione nel mondo occidentale, o forse il tutto è dovuto al fatto che lo statalismo che ci ha contraddistinto e ci contraddistingue, ha geneticamente minato la nostra capacità di intraprendere “a prescindere da” e “a dispetto di”. Un po’ come avviene nella cultura anglosassone, vedi nella fattispecie gli Usa, dove esistono poche regole per imprendere, quindi dove tutto ciò che non è espressamente vietato risulta lecito, ma dove chi sgarra viene spedito certamente e velocemente al fresco. E ci rimane. Ecco, se proprio fossi costretto a esprimere un desiderio per questo nuovo anno, direi che mi piacerebbe vedere sempre più imprenditori e manager che mutuassero da un certo Donald Trump, quella (e solo quella) sorta di spavalda allergia verso le caste partitiche e le cerchie di potere, inseguendo un’indipendenza nel fare che è soprattutto mentale. Anche perché trovo che far sottostare i sempre più veloci tempi del business ai disarmanti tempi della politica oltre a essere insensato è da stolti.